Sperimentare – Esoterico

Sperimentare 

Sperimentare – Nel paese dei balocchi

Sperimentare – Esoterico

Esoterico, che cosa evoca questa parola? Qualcosa di estraneo a noi, forse un po’ proibito, da temere, qualcosa che, infine, ci attira.

Quest’ultima accezione è la più vera, quella che dovremmo seguire, alimentare, lasciar essere in noi. Perché esoterico è la nostra dimensione cosmica.

È un livello della nostra identità.

Siamo cosmo nella nostra persona e nella nostra storia e lo siamo in un modo d’essere e di esperire molto più pregnante di quanto ne abbiamo consapevolezza.

Le religioni, le filosofie, le scienze, alle domande di senso che l’umanità da sempre si pone offrono interpretazioni della creazione e del reale nei quali all’uomo è riconosciuto un posto determinante, centrale. Ma in questi sistemi di credenze, sempre a qualcuno: un dio, un pensatore, a una corrente di pensiero, è riconosciuta l’autorevolezza del sapere e poter dire parole importanti, assolute sull’umanità, sul singolo e sul suo destino.

Nel percorso di conoscenza scientifico molto è stato negato alla coscienza di noi stessi: siamo corpo, siamo pensiero, sentimenti, volontà, spirito, affermando tutto ciò come un qualcosa che è preesistente, preconfezionato a noi stessi, ci viene consegnato e noi-identità, consegnati in esso.

Sul versante delle religioni i monoteismi, al fine di conservare un ordine considerato divino, eterno e preesistente, facendo appello alla coscienza si sono preoccupati di orientare la persona e il suo agire. Le strategie delle due autorità: scientifica e religiosa, solo a una prima analisi possono sembrare diverse e quasi conflittuali, sostanzialmente ambedue hanno lavorato più o meno intenzionalmente insieme per canalizzare le grandi potenzialità umane, sia quelle della fisicità sia quelle dello spirito. L’autorevolezza esterna sul pensare e sull’agire, ha scisso l’unitarietà, l’integralità della persona perché ha spostato il polo della responsabilità dell’individuo da dentro a fuori di sé. L’unità interiore, la pienezza, si esprimono propriamente nell’essere il corpo con la sua intelligenza sapienziale: ciò che si vede, si sente, si tocca, uno, ma non confuso, con il sé più profondo, con quello stato dell’essere che è universo dentro l’uomo, ove stanno tutte le risorse, le risposte, il benessere, prima di qualsiasi scambio con la realtà esterna.

Ancora, i monoteismi hanno esasperato la centratura e la potenza dell’Io. L’Io, quella parte della persona che si identifica con la Mente, con quella che altro non è che una facoltà, uno strumento. Tanto l’abbiamo caricato di prestigio, fascino, pregnanza, autorità da aver abiurato e ridotto ad ancelle tutte le altre parti di noi stessi: il cuore, l’intuizione, il sentire, la fisicità.

Tutto è diventato suddito dell’Io. Il mondo in noi e fuori di noi si è ridotto e rinsecchito.

L’uomo, sintesi gioiosa delle infinite parti di sé, è il microcosmo, o il macrocosmo? di cui l’universo esterno è il riflesso? La creazione apre le sue grandezze, bellezze e profondità solo dopo che l’uomo le ha incontrate e riconosciute dentro sé.

Da questa unità interiore emergono le energie più vere, più forti e determinanti. L’uomo ha a disposizione ogni giorno, non solo le energie dell’inconscio considerate dalla psicanalisi o le forze collettive viste dalle politiche, dalle religioni, e spesso male usate; egli trova le più grandi risorse nella sua anima, quell’anima non separata dalla corporeità ma che si esplicita, trasfigura, dalla pienezza della corporeità riconosciuta e vissuta.

Questa è l’accezione dell’esoterico: nel corpo, nella sua intelligenza, nel tempo-spazio che quest’Anima si è creata per esistere e conoscersi. L’essere consapevole che nel qui e ora è l’eterno, ciò che il cristianesimo chiama Cieli e Terra nuova, il buddismo chiama Nirvana, per l’Islam è il  Paradiso, ecc.

Ascoltare, cercare le vie per riconoscerlo appieno questo qui e ora senza più separare, senza più astrarre da esso alcuna cosa; così com’è accoglierlo, sentirlo, saperlo, ovvero prenderne consapevolezza, renderlo godibile e condivisibile.

La fisica quantistica ci conduce a cogliere quel laboratorio energetico-cosmico fatto di intelligenza e di amore che, mentre osserviamo, anche siamo. Allora ecco che nel mondo delle particelle, sub-particelle, dei campi, dei campi morfogenetici, dei tachioni e bosoni, tra noi e le stelle non c’è separazione.

La fisica quantistica, mentre si occupa del microcosmo nel macrocosmo, ci apre strade nuove per parlare di noi. Essa ci chiede d’essere osservatori, avvertendo realisticamente che ogni situazione non è mai totalmente neutra: osservare una realtà significa già modificarla.

Nel momento stesso che ci poniamo a cogliere la realtà per ciò che è già siamo creatori di una realtà diversa, nuova; ci poniamo a osservare noi stessi e già ci stiamo ricreando con quell’intelligenza e amore che cogliamo nelle cose e in noi.

L’essere che osserva, conosce se stesso e il suo esistere come evento-energia, come intenzionalità che fa essere la realtà così come il suo pensiero l’ha generata.

Il pensiero che organizza l’universo della persona e le sue energie: “… egli conta il numero delle stelle e le chiama, ciascuna per nome” (salmo 147); il sentire e il pensiero che orientano, organizzano il reale per rispondere al desiderio.

Ma quale pensiero? Quello dicotomico, quello prodotto dall’astrazione, che dice: “Io, io, io… ” e perciò separa l’essere dal Tutto? No, piuttosto, il pensiero che, rientrato in se stesso, coglie il suo limite, il limite del suo essere parziale e si apre al suo essere luce, energia.

Io-pensiero che si sposta, si ridimensiona, si toglie dal protagonismo e si lascia andare al suo essere Cuore.

Qualcosa che, l’essere avverte, si origina oltre l’io, oltre il pensiero. Un flusso cui il singolo partecipa, che gli fa sperimentare l’appartenenza al Tutto. Qualcosa che, chissà perché, il pensiero stesso dalla sua capacità di dare il nome alle cose, chiama Amore.

 L’amore che l’essere avverte, tocca, come qualcosa di non estraneo; movimento vero, profondo, inesorabilmente presente là, in fondo alla sua anima e nell’anima di chi incontra.

Da qui, da questo osservatorio, l’orizzonte si apre al senso. Le stesse cose: persone situazioni eventi prima colti nel distacco, nel giudizio, nella paura forse anche nel dolore, tutte ora hanno un senso, tutte importanti nel fluire della Vita, che ci fa essere e ci trascende. 

Noi stessi, e ogni cosa da lasciar essere così, per ciò che è.

In questo lasciarsi fare dal sé più profondo e vasto, cogliamo la nostra abbondanza e la nostra ricchezza.

Ciò che religioni, politiche, scienze umane in genere, non potevano ancora cogliere é quel qualcosa di più sottile, ma non per questo meno reale, quel sistema di energie che è e che costantemente si rigenera. Il nostro interagire costantemente, efficacemente con i sistemi, le esistenze del cosmo che sono vive, intelligenti, feconde così come lo è il singolo abitante della Terra. 

La nostra profonda connessione e condivisione con le stelle.

Quel Qualcosa che dà l’identità più profonda e autentica dell’uomo, una con l’universo, in cui si originano l’originalità, la dignità, l’autonomia del singolo; dove si fonda la consapevolezza di sé, la capacità di scegliere, di decidere e agire sopra qualsiasi autorità che non sia la sua, quella della sua anima quando egli decide di andare a incontrarla. 

Tutto questo è già stato detto proprio dai monoteismi ogni volta che, celebrando Dio, riconoscono la Luce e, in essa, tutta la Creazione.

Afferma Bert Hellinger: “Quando si leva il sole, ci si può avvalere della luce. Si può lasciarla lavorare, in modo che ci aiuti a vedere le cose chiaramente. Dopo un po’, si vede cosa c’è da fare, o si ha una nuova percezione della situazione, oppure si intravede una nuova possibilità. Allora si fa ciò che si deve, ma non c’è bisogno di parlare molto del sole”[1].

Le dinamiche energetiche che cogliamo nella massa stellare sono in noi: siamo stella, siamo polvere di stelle, brilliamo, illuminiamo, attraiamo. Ogni parte di noi, oltre la dimensione molecolare, è energia, è luce; siamo una riserva inesauribile di forze, potenzialità nell’essere polvere di stelle.

 Tutto ciò che si osserva e si afferma della singola stella può essere detto di ciascun uomo: bellezza, potenzialità, intelligenza, generatività, vastità. Così come tutto ciò che si indica in una costellazione può essere detto per i sistemi relazionali umani: gravità, appartenenza; l’orbitare in situazioni che danno vitalità, che ci rigenerano, ci fanno brillare.

 Esoterico è la nostra appartenenza all’universo finalmente sperimentata e affermata anche dalla scienza, che fino a ieri ci precludeva una parte di noi.

Riconoscerci quest’identità cosmica, viverci in quest’appartenenza, significa dare risoluzione ad altro in noi finora rimasto “occulto”, inespresso, inesplicato. Potenzialità, possibilità, desideri, progetti, fantasie, energie compresse, rimosse, lasciate là in fondo a noi. Stati di noi non agiti perciò fonte di paura, disagio, instabilità, insicurezza, rigidità, povertà interiore, malattia.

La disarmonia investe i livelli della nostra unità psicosomatica quando non riconosciamo e non agiamo tutto ciò che siamo, quando permettiamo a una qualsiasi autorità esterna di dire e decidere per noi.

Noi siamo più di un io deterministico, scientifico, religioso, psicologico, siamo più della proiezione di noi stessi nel tempo-spazio che ci siamo dati in questa storia.

Apparteniamo costantemente a un sistema di orbite che attraversano un cosmo fatto di stelle, galassie, di vita che sempre si rigenera. Da questo universo possiamo osservare il nostro io temporale, psicologico con distacco e così agirlo, riprogrammarlo, dargli nuove intenzionalità positive ed espansive.

“Le costellazioni familiari si inseriscono in modo puntuale, fornendo verifiche e conferme, anche all’interno del quadro scientifico che ormai si va delineando dopo la storica svolta segnata dalla nuova fisica di Albert Einstein, infatti ora ci si comincia a spiegare come e perché gli esseri umani e non umani possano influire gli uni sugli altri a distanza, con mezzi diversi dal linguaggio e dalla vista diretta. Da circa quindici o vent’anni comincia a farsi strada in maniera sempre più perentoria una visione scientifica avanzata che conferma l’ipotesi che l’essere umano, come i suoi predecessori, minerali, piante e animali, è composto di campi energetici, inaugurando una visione unitaria dell’universo in cui ogni cosa è interconnessa e interdipendente, a prescindere dalla forma che assume in un dato istante. L’universo è quindi un intero inseparabile, un’ampia rete di probabilità intrecciate che interagiscono”[2].

Come fare? 

La chiave è ricondurre tutto a se stessi.

 Ciò che cogliamo come realtà fuori di noi: cielo, stelle, orbite, polvere di stelle, nane, protostelle, buchi neri, luce, sapere di esserlo già, crederlo e lasciar agire in noi gli esseri con le loro forze.

Cercare, conoscere queste realtà e riconoscere nostri questi stati degli esseri, della materia e delle sue dinamiche. Scopriremo così che i nostri movimenti interiori non sono solo meccanicistici, causa-effetto.

In noi sono gli stati della materia sub-atomica, delle particelle quantiche, dei quasar; viviamo questi stati prima di qualsiasi strutturazione, organizzazione del corpo e dell’io. Questa relatività che scopriamo in noi, reale, evidente, ci pone in uno stato di consapevolezza, di libertà e di responsabilità diverse verso noi stessi e il mondo.

Allora sì la nostra dimensione spirituale si apre, oltre i sistemi di credenze, oltre la risoluzione che chiunque può averci offerto su noi stessi e sul nostro destino.

Sperimentiamo e acquisiamo la consapevolezza del divino che siamo.

 L’identità cosmica ci conduce verso il riconoscimento della nostra più ampia identità e ci proietta in una vastità di possibilità da creare.

“E spiego che i neuroni del cervello, dove risiedono la loro tristezza, il loro dolore, sono oltre cento miliardi, tanti quanti le stelle della Via Lattea, e presentano un’incredibile varietà strutturale e funzionale, e comunicano fra di loro con un linguaggio chimico che è simile a quello dei corpi celesti, ugualmente conosciuto solo in minima parte. I neurotrasmettitori: canali tra le stelle.

I neurotrasmettitori consentono alle cellule di collegarsi in armonia come le note di uno spartito, e io ne pronuncio i nomi – serotonina, dopamina, noradrenalina, acetilcolina…- con la sommessa sacralità con cui insinuo: Proxima Centauri, Alfa Centauri.

Contemplare il proprio cervello raffigurato nel cosmo intelligente, diventare in tal modo coscienti del proprio personale mistero, gli fa nascere un sorriso di stupefazione e di consolazione. Le smuove dalla paura nei confronti della mente.

E la vanità femminile, che anche gli astri subiscono – l’Omino Alessio lo sa, conosce bene le sue adorate femmine del firmamento – s’illumina nello scoprire che ciascuna visitatrice può paragonarsi a una stella: cadente, filante, fissa…”[3].

[1]              Bert Hellinger, I due volti dell’amore, ed. Crisalide, Spigno Saturnia, 2002, pag. 318.

[2]              Roberto Amerio, Liselotte Binder, in I due volti dell’amore, op. cit., pag. 9.

[3]              Alberto Bevilacqua, Un cuore magico, Mondadori, pag.193.

Sperimentare – Nel paese dei balocchi

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