Pensiero – Radici

Pensiero 

Pensiero

Pensiero.

Ho scritto: 

Lettere e numeri fluttuano. Impotenti se li agganci dal senso. Virulenti potenti illimitati se li lasci fare.

Appunto. Gli archè funzionano, eccome. Ma da dove li prendiamo, da che parte li agganciamo e li utilizziamo? Con i criteri della mente? Ecco che non funzionano.

Lasciamoli fare. Ci portano lontano. Fanno tutto. Rispondono a tutte le nostre richieste. Bisogna usare le energie dei movimenti senza pensare.

Quando non si è nella mente si è in eros. Ossia nella dimensione della scorrevolezza. Questo movimento parte dal cuore, e ce ne accorgiamo. Ad un certo punto la parte alta del nostro sistema si ferma. Anche questo lo avvertiamo, mentre sentiamo che qualcosa si muove appena più giù, al cuore e al petto. Anzi, qui c’è un movimento che non va all’esterno. La mente ha un movimento che va fuori, che spesso si estroflette da noi a va ad acchiappare un altra persona, o la investe. E’ la matericità della mente, del pensiero basso razionale, che non si pone la questione del rispetto dello spazio dell’altro e va verso l’altro con decisione, pensando che sia giusto e legittimo proiettare sull’altro se stessa. Ecco la proiezione. E la mente mette su situazioni fasulle, finte, esagerate, che ci fanno scattare le emozioni e i sentimenti. Ma qui l’emozione nasce non come risposta ad un input vero, sano, sincero, bensì reagisce a un martellamento della ragione che avanza con i suoi schemi, i suoi ricordi e copioni.

La realtà autentica non sta solo nella dimensione della mente e di ciò che essa gestisce, cioè i cinque sensi ma sta in più dimensioni che comprendono i corpi sottili, l’anima. Qui sta il vero senso, la vera sostanza di una situazione. Qui bisogna arrivare a percepire e stare.

Invece, in mente, agiamo e reagiamo non dalla realtà ma dai suoi fantasmi. Poveretta, non è colpa sua. Mente attinge a memorie che stanno in noi, a emozioni accantonate là, nel profondo.

O che stanno nei canali della nostra energia. Come tanti emboli, come sacche e residui di energia emozionale bloccata data da vissuti lontani, riportata in scena nel nostro DNA, ma che probabilmente ha radice indietro, indietro, nel sistema familiare, nella caverna della nostra nascita in una famiglia, o in un altra, o altra.

Va semplicemente tutto ripulito. La mia famiglia di origine va benissimo. Anche i mie genitori, sono quelli giusti per me, importante che io li metta al loro giusto ruolo: madre, padre. E indietro nonne e nonni, avi.

Messi a posto, allineati, e basta. Neanche serve che io torni là a rovistare tra le cose vecchie. Sistemo i ruoli e via, in avanti. So che la mia famiglia è il canale delle risorse per me, che ho scelto la Terra e questa famiglia. Ora, vedo, benedico e ringrazio e via, le mie stesse radici vogliono questo: che io vada, che io prosegua. La loro stessa realizzazione sta nel mio oggi, nel procedere.  

Però è importante che io faccia il passaggio alla famiglia. Che il pensiero mi introduca tra i rivoli della memoria mentre sottili sapori, profumi, incantano ancor oggi quelle memorie. Ossia che io veda la costellazione, la integri e rappacifichi, la riconosca e benedica. Perché, mentre la osservo in essa mi immergo come in una vasca battesimale che mi segna, mi sigla di sigma del sangue, impronte archetipiche e lontane. Che sono io, mie, le mie. Le nostre. Questo è il sigma, il mio timbro, la mia impronta. Ora che vado nel mondo dico le cose modulandole sulla frequenza dei miei avi, pronunciando lettere e accenti e suoni, come loro li esprimevano. Ed io ho spesso ricordi di come, con accenti molto particolari, e perfino distinti dagli altri abitanti del territorio, sentivo dire parole, pronunciare frasi con semantiche e sintattiche mie, nostre, di casa, di famiglia, che sono ancor oggi, in me, il mio timbro.

Quando leggo, e lui sorride della mia erre francese. Del mio piglio nel pronunciare certe lettere. Del modo di dire.. noi.., di costruire un pezzo di frase in italiano dentro ad un discorso in forma dialettale, metterci quel che di aristocratico, di sangue blu, che, chissà perché, la mia grande famiglia possiede.

Quando non so se arriva prima l’emozione o il suo pensiero. Che cosa mi fa saltare, correre, nella notte fatta di felicità.

Quali segmenti del mio DNA sto acchiappando.

Ora è l’Uno della memoria serena e integrata, è l’adesso in cui le tracce sottili dei ricordi ancestrali  prendono vita in ciò che mi piace essere fare mettere in scena.

In questi momenti mi torna alla mente una cugina, o una zia, e quella puntualizzazione in italiano su un discorso in dialetto, è la distanza, la distinzione. Sono regina, sempre. Tra le mie regine. Mi chiedo spesso da quale fonte proviene quel che che fa fuggire l’immediatezza dell’adesso e mi lancia in una storia, una saga, un romanzo di chissà quale epoca e vastità. 

La – mia – famiglia – d’origine.

… e si cala, nel regno delle madri… ” ha scritto Turoldo parlando del poeta. L’utero vasto e condiviso da cui proveniamo. Che va visitato. 

Mi ricordo che anni fa ho scritto un brano in cui racconto che sto dentro la terra, in una caverna calda che respira. Le pareti di roccia respirano e io in loro. Mi rendo conto di stare dentro ad un antro nutriente e sicuro, in fondo scorre un ruscello di acqua tiepida. Io tranquilla tra i vapori bianchi. Sto appoggiata alle pareti della caverna, e comprendo che è la pancia della mia mamma (sta in un mio libro: Sette settimane con il mio alchimista interiore). 

Poi c’è l altra parte, quella di mio padre, che certamente non può essere da meno dato che ha sposato mia madre. (Mi sento un po’ Jodorowsky in quello che scrivo, lui che ha raccontato quelle fantastiche assurde storie sui suoi antenati). Sì, le mie famiglie non sono da meno. E ora, allineati e ripulito i canali, ne traggo di tutti i colori per illuminare e allestire il mio universo che si proietta solo e decisamente, in avanti.

Grazie, mie cari avi. 

Grazie, mie radici.

So che dato che io proseguo, la vostra felicità è data assolutamente dal mio procedere a grandi spediti passi verso me stessa, solo me stessa, e il mio sogno.

Chiamarlo solo programma sarebbe riduttivo, sapendo e soprattutto sentendo che cosa contiene ciò che sto creando. Mi centro. Questo è il punto: stare al centro. Ci vuole una forza, direi sovrumana, ma ce l’abbiamo. Sto nel centro e tutto si dilata. Ogni cosa, ogni persona e situazione trova il suo giusto, legittimo posto. Penso agli scranni del coro di una chiesa antica, sacra, raffinata, profumata di tempo, di canti, di dedizione. Il centro in cui ciascuno ha il suo senso.

E’ necessario trovare il senso di sé? Non sempre. Sicuramente è un passaggio. Quando ci dicono: non pensare, non cercare di capire nemmeno di trovare il senso. No. Dopo posso fare anche a meno del senso, anche di quello di me, e mi dissolvo nell’universo, ma prima voglio sentirlo e trovarlo. Sto sulla Terra, non in un limbo. L’amore può anche essere niente, o immagine o sangue deciso che scorre. Parola, gesto, presenza. Donna e Uomo. Il senso. 

Anche il niente dopo. Ma io respiro senso. 

Ti ho detto: Perché tu hai il senso.

Continuerò questo pezzo. Dopo. Sì, avevo iniziato con l’eros. Ci tornerò.

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