energia – L’Eros ri – trovato

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Energia – L’Eros ri – trovato

questo pezzo proviene da altre raccolte mie, da un altro libro, in cui ho dedicato un capitolo all’anima gemella.

Li regalo qui, come post nel mio blog.

Il linguaggio dell’eros

Fanno discutere alcune parole, perché così ostiche?

Sentite: mestruazione, masturbazione, coito… stiamo parlando di un aspetto della realtà che dovrebbe portarci la gioia, l’energia, la leggerezza, che ci mette in contatto con le energie più forti dell’universo, perché parole così dure e astruse?

Provate a dire: cielo, c..i..e..l..o, oppure: rosa, r..o..s..a, ancora: silouette, margherita… sentite la dolcezza? Anche in quel gh della margherita, addolcito e sciolto da ciò che c’è prima e dopo. Ora dite: m..e..s..t..r..u..a..z..i..o..n..e, sentite? Non finisce mai l’impatto, la durezza. Dite: “Ho le mestruazioni”.

Come dire “ho una malattia, un acciacco”, per non dire: “sono mestruata”, se di te stanno parlando in un team di medici, senti che dicono: “È mestruata…” terribile! Che malattia ho addosso!

Ecco che ci salviamo dicendo: “Ho il ciclo” è più sciolto, più possibile, quasi più professionale, soprattutto oggi che anche noi donne siamo spesso in carriera.

Ancora più familiare e sdrammatizzante: “Ho le cose”, così ci capiamo e possiamo accettarci di più con questa cosa in cui il mondo vorrebbe stringerci là: la mestruazione. E ben sappiamo quanto una certa cultura e tradizione ha angariato la donna per via di quest’evento fisiologico, anzi, non è finita la ghettizzazione del femminile per quel suo significato fondamentale e, ancor oggi non sostituibile con niente e nessuno, che è la trasmissione della vita.

Guardiamo un’altra parola: coito. Coito… sa di boccone che scotta e hai mandato giù in fretta, t’ha scottato il palato e stai là a pronunciare “coito” perché non puoi chiudere la bocca che ancora scotta.

Mica il far l’amore è così scioccante e devastante!

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Provate a dire: cioccolato, c..i..o..c..c..o..l..a..t..o, cioccolato, ti vien voglia di dirlo e dirlo, così intanto la tua memoria va a ritrovare dentro il tuo mondo emozionale quell’avventura, quel sentire dolce e morbido e nel frattempo eccitante, che è un pezzetto di cioccolato che si scioglie in bocca. Ti ritrovi ad assecondare il tuo intuito che già ti ha portato là, in quello sportellino dove sai di aver nascosto l’ultimo pezzetto di Lindt, occultato ai figli. Si fanno ste cose?!?!? Proprio come quando fai l’amore, quando loro, i tuoi figli, dormono…

Perché è dolce, complice, leggero far l’amore, ma come si fa poi a passare il valore di un evento così cosmico dicendo, dicendo, come? “Ho avuto un coito”, “Ho coitato?…”

Ecco perché preferiamo dire: “Ho scopato” più diretto e sodo, alla fine più poetico. Tanto ciascuno di noi poi sa quale accezione dare a quella “scopata”. È solo un esercizio di ginnastica? Quell’esercizio che troppo spesso o troppo poco eseguiamo, o è un prato verde, un cielo che sboccia e canta, un deserto che fiorisce, una città tutta nostra, mia e sua in cui sappiamo andare in vacanza?

Pensa a lei o a lui e pronuncia: “Ti desidero”, “Ti accarezzo”.

Senti: “carezza”, c..a..r..e..z..z..a.. la senti la brezza? Il vento caldo e dolce del deserto quando sei vicino all’oasi? In quel luogo nascosto e criptato in cui tu e lei, tu e lui siete uno per l’altro? Un luogo segreto, un’oasi di pace e dolcezze, (caldi e morbidi li chiama il don) che voi sapete dov’è e com’è.

Come si fa “coitare” in un momento di tale estasi? Sì, certo, non si chiama neanche “scopare” quando lo vivi così.

Insomma, se tu vuoi che ti dica cosa penso del far l’amore, e ne ho dette cose nei miei racconti, bisogna che ci mettiamo d’accordo su come intendiamo questa faccenda.

Se tu leggi “La profezia della curandera” di Mamani, ti rendi conto che abbiamo bisogno di ri-trovare dentro noi stessi una parola antica e nuova per esprimere questo evento così eccezionale che ti vivi a volte.

 

Oppure se leggi un libro del tantra, un libro fatto bene però, in cui il senso spirituale ed esistenziale del far l’amore ti fa un attimino comprendere perché Dio ha privilegiato questo momento per farsi sentire Presente tra un uomo e una donna.

Per adesso concordiamo che lo chiamiamo “far l’amore” perché è vero, l’eros, che è l’amore divino incarnato, fa sì che mentre ci viviamo questo momento tutto umano, noi “facciamo l’amore” permettiamo all’Amore di scendere tra noi.

Tant’è che poi, per un po’, ci sentiamo leggermente più in pace con noi stessi e col mondo.

Vediamo un’altra parola dura e ostica: masturbazione.

Quando faremo pace con questa parola e soprattutto con quanto conduce?

Secoli e secoli di messa all’indice, “… perdi gli occhi!”, di condanna e rimozione di un evento che va invece tranquillamente integrato nella propria vita.

Per come la penso io, dovrebbe far parte dell’educazione elementare che diamo ai ragazzi, ma oggi ancora ci muoviamo in un mondo dai pareri contrastanti su questo agire di se stessi ed è meglio, per ora, non prendere posizioni. Resta il fatto che potremmo cominciare con fare pace con questo fatto e passare meno ansia, poi piano piano cominciare a capire, indicare, a noi stessi e poi a chi abbiamo davanti, la via della libertà e dell’autonomia nelle nostre interazioni e nelle nostre storie e lasciare che ciascuno trovi dentro sé la strada per costruire se stesso in libertà e autonomia.

La strada del conoscersi, dello stare bene con se stessi per stare bene con gli altri, e che solo dalla nostra pace interiore possiamo agire relazioni sane, che non creano dipendenza, appartenenza, simbiosi, ricatti.

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Per adesso la cosa da risolvere è accettare questo nome così brutto: “Ti sei masturbato?”, “Masturbati!”, “Non ti masturbare!”.

È chiaro che ci allontaniamo di corsa da un tale programma, anche dal lavorare sul significato e funzionalità della faccenda! Con un nome simile! Dove pensi che sia andato? Dove mi mandi o non mi vuoi mandare? A zappare? Oh, si quello me lo permetto e me lo permetti, un po’ meno il masturbarmi. Mi lanci una cosa che, nel solo pronunciarla, è già un capo d’accusa!

Prova a dirmi: “Ti sei fatto una passeggiatina tutto solo soletto nel bosco? Senza Cappuccetto rosso?”. “Belle le margheritine! Le fragoline!”. Invece no, Cappuccetto nel bosco da sola non ci può andare! E se poi proprio ci vuole andare… “Attenta al lupo!”.

Prova adire: “sussurro”, s..u..s..s..u..r..r..o.. senti il bene che ti arriva nel pronunciare questa parola? Ripeti, piano e sottovoce: s..u..s..s..u..r..r..o, allora sussurrati parole d’amore, a te stesso, sì a te stesso, a te stessa. Permettiti l’autostima, il riconoscimento di te, innanzitutto del tuo corpo. Fai arrivare al tuo corpo l’apprezzamento, comincia col pensiero e con l’apertura del tuo cuore a te stesso, così, come sei.

Se ci pensi, e lo sai, amare se stessi è la cosa più difficile; difficile accettare il nostro modo di essere, il nostro corpo e l’agire. A noi stessi non concediamo attenuanti, agli altri spesso. Così siamo cresciuti, ora alcune cose bisogna rivederle.

Al massimo, dopo anni di lavoro su noi stessi ci accettiamo, quanto ad arrivare all’apprezzamento, al ringraziamento e benedizione per ciò che siamo, proprio così con questo corpo, questo sguardo e voce, questo fare… Prima, o ancora, indipendentemente dalle nostre competenze intellettive, ossia prima ancora di aver aperto la bocca.

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“Sono già bella e cara; con me gli altri stanno bene anche prima che apra la bocca”, perché? Perché sto bene con me stessa. Possiamo dire questo di noi?

Apprezzamento, avvertire il proprio sé brillare per il solo fatto che ci si guarda con accoglienza, non solo accettazione, ma accoglienza e meraviglia”. (Questo è quanto ha scritto sul tema una ragazza).

Dove lasciamo la “masturbazione” e la sua dicitura così disturbante?

Semplicemente la lasciamo essere, ognuno si regola, si guarda dentro, si sperimenta e, con tutta la libertà interiore che sa concedersi, si responsabilizza e impara a volersi sempre più bene.

Adesso sposto un po’ il fronte, senti questa parola: “lesbica”. La sola parola, se non ne conoscessi il significato che impressione ti farebbe? A me sa di pettegolezzo, etichetta… fragilità, non voglio dire giudizio.

Prova ad ascoltare invece: “omosessuale”, eh, sembra qualcosa di più legittimo. “Omo”, intanto, i maschietti, si son presi il suffisso “omo” così è chiaro che restiamo nell’ambito delle cose umane, quindi che vanno riconosciute.

Lesbica invece? No eh? Questo viene dopo, ha una radice meno ontologica, viene solo da una donna, per quanto poetessa. Come dire: noi ometti, in ogni caso discendiamo dal divino, anche nella nostra fantasia sessuale. Anche in questo permetterci un’opzione, noi donne dipendiamo da una costola: loro, i maschietti, radici divine, noi, dalle loro radici.

Sai come dico io? “Ma va…!”.

Eros ri-trovato…

Clarissa Pinkola Estés parla di Baubo, la dea panciuta, che rappresenta la capacità di ironizzare sulla sessualità. Baubo è l’oscenità, intesa come saggezza e intelligenza della sessualità1.

La capacità di sdrammatizzare, così da poter parlare della sessualità, per riportare la sessualità nel luogo dell’eros, ri-collocarla nel suo valore.

Energia – L’Eros ri – trovato

È l’eros la radice della sessualità, l’energia divina che fa vibrare l’universo.

Non penso che Dio crei in un momento di razionalità o di progettualità a tavolino, penso piuttosto che si stia vivendo un momento di estasi, di passione, di sentire, fantasia e creatività, tutte condizioni della spiritualità estesa, dell’apertura erotica alla vita e al mondo.

Dove erotico trova la sua accezione più vasta e giusta in: atteggiamento di apertura e accoglienza della vita, dell’esistenza in tutte le sue potenzialità e risorse.

Benedizione: “E Dio vide che ciò che aveva creato era cosa buona… ” l’universo e, in esso, l’uomo e la donna.

Ho capito: a questo punto dopo questo giro di valzer tra alcune parole chiave dell’eros, e pur restando del parere che andrebbero coniate delle parole più dolci, direi divine, le accetto queste parole perché, nonostante la loro bruttezza, qui mi hanno portato a parlare dell’amore e parlarne con ironia.

Permettendomi, spero, di passare il messaggio che io all’eros ci credo. Non credo nel sesso da palestra, ma all’eros sì e so che va ri-trovato e ri-consegnato alla sua grande dignità e valore.

Grazie dell’attenzione

energia, l’eros ritrovato 

1 Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, Frassinelli, 1993.

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