gilania – la psiche albero

gilania – la psiche albero

gilania è un nuovo tag e una nuova categoria. Ed è il nome della mia casa.

gilania

Che cosa vorrei dire al mondo?

Cose belle. 
 
Abbiamo tante parti, in effetti abbiamo due grandi orizzonti e le tante parti di noi si collocano all’interno di essi.
Posso essere fiduciosa e felice.
Posso essere disfattista riduttiva e malinconica.
Arrabbiata furiosa arroccata.
Morbida leggera generosa.
Scelgo di essere felice.
Scelgo di sentire il mio cervello aprirsi, le mie ali spiegarsi, il mio corpo volare tra piroette.
Tornare a terra, godermi il mio piacere del nutrirmi di piacere, e ricominciare. 
Scelgo me.
 
gilania
L’altra notte sono arrivate le parole. Prima è arrivato una specie di direttore d’orchestra delle parole che m’ha svelato un sacco di cose. 
 
– Io lo so chi è il mio direttore d’orchestra, delle parole, e non solo.
 
M’ha detto che le parole, nella storia, sono arrivate molto dopo, prima c’erano dei giochi fantastici sulla Terra.  D’altronde la storia è solo una delle tante variabili.
 
Prima – dopo. Scelgo l’adesso.
 
C’erano civiltà felici, piene, tutto fluida, si dava all’umanità e agli esseri.
Tutti fruivano di tutto, scorrevolmente, naturalmente. 
L’energia, qualsiasi tipo di energia, scorreva. 
Vedevo colonne piene di sostanza, gli esseri erano connessi sul benessere.
Nel sogno poi sono arrivate le parole. Scorrevano, come in un fiume azzurro.  Letterine, parole.  Ho visto gli alberi giganteschi. Sugli alberi c’erano città e villaggi. Ogni livello era protetto alla base da reti naturali per cui: potevi stare a 10 km di altezza sui giganteschi rami dell’albero, ma non cascavi al suolo. Eri trattenuto da queste morbide e rassicuranti reti.
D’altronde è come quando si va in montagna, sotto c’è lo strapiombo ma non si cade.
Così.
Le parole si arrampicavano verso l’alto e formavano il tronco e i rami degli alberi. Mondi costruiti sulle parole. Mondi di parole. Non come le conosciamo oggi: parole piene capaci di costruire mondi. 
Tra le letterine delle singole parole, tra una letterina e l’altra s’aprivano varchi, spazi, io guardavo, m’inoltravo in questi spazi tra le letterine e finivo in luoghi vasti,  nuovi,  imprevisti. Come un mondo alla Harry Potter che si apra non solo dentro ad un binario che solo i maghetti vedono, ma che si apre su mille mondi, mille universi e dimensioni. 
gilania
Quelli che bisogna lasciar andare sono gli schemi più semplici che stanno in psiche. Direi i più idioti. Talmente sottili, arcaici, stabili cristallizzati e reconditi da essere ignorati, o non visti, o considerati innocui. Invece sono i più insidiosi ostacoli al cambiamento. Sono semplici, sanno di emozioni così terra terra, infantili, mono-concettuali, univoci. File fatti di un soggetto un verbo un predicato. Nulla di sistemico, tanto meno complesso.
File infantili fatti di sensazioni e emozioni immediate, povere, scarne, semplici.
Forse sono file vocali, quindi hanno anche altre frequenze, magari a questo non ci si pensa, per cui non sappiamo come fare a pescarli dentro l’inconscio. In memoria. A pensarci bene la civiltà egizia s’è rivelata attraverso i suoni, ossia : Champollion, tra tanti che c’han provato, è riuscito a decifrare i geroglifici solo quando ha rapportato i segni e i simboli egizi ai suoni della musica copta. I geroglifici si decodificano attraverso suoni. Può essere che anche certe nostre memorie criptate, eventi criptati della nostra infanzia, si aprano solo con chiavi sonore. O meglio ancora le emozioni contenute in quei file-memoria, sono agganciabili attraverso un suono, un rumore, invece che con un’immagine. A un sapore piuttosto che ad una parola.
 
Voglio aprire le dimensioni delle chiavi d’entrata.
 
Aprire non solo questi pacchetti di memoria criptata, ma aprire le chiavi stesse che sono funzionali all’aprire i file. 
In fondo, anche questo è un intento riconducibile ai 22 segni – archetipi primari.
Applico archetipi primari con questo intento.
Poiché gli archetipi primari stanno all’origine di ogni creazione, sono le modalità, le dinamiche che costruiscono gli impianti delle creazioni, chiaro che, se ci metto l’intento, essi funzionano.
Forse micro sensori emessi, attivati e mantenuti di quando eravamo piccoli, bambini, forse neonati.
Ci sei arrivato al tuo “neonatismo”? che parola, alla tua esistenza tra il feto e l’uscire al mondo di fuori?
Tra l’essere feto che tutto sa e sente e essere neonato, appena uscito dal tubo, ancora preso dalle sforzo, impiastricciato, tra il caldo e il freddo, tra il silenzio assordante e l’assordare delle voci di fuori.
Com’ero? Com’eri? 
Ecco, quelle sensazioni là, quando ancora non hai retaggi con cui costruire i tuoi file, i tuoi impianti di sistema per vivere, nutrirti, chiedere, farti spazio nel mondo.
 
– I primi impianti, come li ho sentiti?
Memorie fatte di sinapsi tenere e fragili, ancora inesperte, fiduciose del mondo:
– Chi mi ha guardata? Chi mi ha sentita? Presa in braccio? Come mi ha guardata? come mi ha pensata? Chi mi ha parlato? Cosa m’ha dato?
Come m’ha stretto? a chi m’ha lasciata? In che mani e braccia sono passata? Quali voci m’hanno raggiunta? Quali sguardi? Quali odori? Suoni, sapori? 
 
Quest’albero altissimo e meraviglioso, siamo noi.
 
Io sono un albero così. La mia psiche è questo.
Questo siamo.
Proiettiamo fuori ciò che siamo.
 
Post il più possibile ristretti. Cosa siamo oltre le parole? Incrociamoci ed incontriamoci in spazi, dimensioni, luoghi della Terra oltre le parole.