Magia – “Come se” per me

Magia 

Magia – “Lascia le mie chiavi là al bar. Adesso trovo la nuova porta, e ti do la chiave”

Magia – “Come se”… per me

“Lascia le mie chiavi là al bar. Adesso trovo la nuova porta, e ti do la chiave”.

Così ti parlo: 

Dalle mie!… stelle!

Da ciò che sono dentro di me!

Di più, sono io che parlo a me stessa con il linguaggio delle stelle!

Qui, volevo arrivare, io.

Le parole vanno dentro dentro. Dentro me? Dentro chi? Dentro se stesse, avvolgendosi in me. Solo allora io le posso “sentire”, “ascoltare”, “toccare”, solo dopo che esse hanno conquistato un territorio in me, si sono sprofondate, impiantate, lunghe e profonde in se stesse dentro la mia carne e il mio pensiero.

Allora il loro parlare è un

risuonare

ri-distribuire potenzialità

e significati

che sono spaziali, temporali

sono forza

sostanza.

Parole che sono agire

fare

costruire

creare.

Ri-conduco tutto questo alle mie strutture, sono le mie strutture intellettive che si stanno illuminando anche grazie a questa energia. Le mie strutture intellettive che sono e possono molto più di quello che io credo di sapere di me e di loro. Questa specie di movimento di macchine che con l’osservatore ora punto, ora metto davanti a me stessa e alla mia consapevolezza.

Avverto le strutture, stanno davanti a me, e sono io, e sento la forza. Sì perché, ora, sono mooooolto incazzata. E questa che è?  Forza, energia, sbuffetto di energia che mi serve.

Che m’importa come me la sono procurata. Giocando senza regole, lo so.

Importante che la veda e la sappia usare.

Questa ora mi serve.

L’avevo detto stamattina ancora nel dormiveglia mente preparavo le carte di viaggio per questa giornata: che oggi avrei preso visione e possesso delle mie strutture intellettive quelle che nel mio linguaggio siglato – metaforico e criptato – ma neanche più tanto – chiamo la “Terra di mezzo”.

Ed è stato il primo cablogramma che stamattina ho inviato, appena arrivata nella sala comandi: “Mio caro, guardiamoci nelle palle degli occhi come abbiam fatto quel giorno. Io desidero andare là, che è un qua, in cui da sempre sto”. Ti ricordi? Uno sguardo che veniva da quale mondo? Ma che ha aperto uno squarcio che ancor oggi conduce tali messaggi. Ora qui, in questa connessione, io ci voglio stazionare sentendo e sapendo che sto dritta e piantata nelle mie strutture. Voglio sentirmi fremere in questa parte di me che sono. E so che ci posso arrivare da sola a conquistare i miei territori.

Sai quando dici “Ho mal di pancia” sapendo che è della pancia che stai parlando perché ti senti uno con la tua pancia, o quando dici “Ho fame – ho freddo”.

Ecco, ora voglio arrivare a dire: “Sento, e so il mio pensare” ma non quello logico matematico, musicale, poetico ecc. ma quello creante.

Sto in questo piedistallo che è la forza consapevole che sostiene e fa star ben dritta ogni parte di me. Comincia da questo mazzo di energie che sono, passa per le particelle, gli atomi e via via fino a questo corpo e psiche, arriva al mio nome e va oltre, ai tanti nomi che mi do e, avanti, procede, oltre più dentro o più fuori, dipende da dove comincio a guardare me stessa. Questa rete connettiva che sono, ciò che avvolge e permea ogni mia parte. Questa ora illumino con ‘sta forza, ovvero incazzatura, che stamattina il mondo mi regala per avviare e far viaggiare la mia astronave.

Che le altre parti di me in cui sto sul mio piedistallo, quello esteriore, le parti che mi servono per capire e per discriminare il mondo, quello già creato, già conosciuto e che m’annoia, le parti che guardano al fuori vengono dopo, e non m’interessano più di tanto ora.

Io – desidero – il mondo – di dentro e desidero – godermelo – fuori.

Oggi voglio stare sulle mie strutture interiori più profonde e potenti – in – con – quelle che creano.

Stargate deve essere? Tu l’hai detto, e stargate sia. Anzi già è.

Che l’unico spazio e tempo, l’unico cosmo da conquistare è quello dentro di me.

Qui c’è tutto, e non è poco.

E gli altri, il fuori di me, li incontrerò solo a partire da qua. Dopo che, ogni attimo, ogni giorno, sono passata di qua, attivando questo osservatore, questo connettore unico, insostituibile, quello che mi dà il vero, il reale, non l’illusorio reale.

Sai che fanno a questo punto le parole?

Le vedo, s’adagiano, s’allungano e distendono nel prato verde libero e infinito della mia psiche e da qui, nel mio corpo. Tutto è sempre molto concreto. Le stelle sono fatte di materia. La loro luce è materia.

Magia. Le parole si sciolgono, diventano lettere, simboli, segni; ciascuna è un colore, una forza, una vibrazione, un filo d’erba, un soffio, un cratere, un torrente, una goccia d’acqua, un vapore, una fiammella, una formica, spirale o vortice di energia libera, un refolo di vento, un raggio di sole, uno sguardo, una carezza.

Mi stanno inseminando.

Ecco, l’avevo detto: “mi volto verso me stessa e insemino il mio quotidiano. Solo io lo posso fare, fecondare la semente indivisa di me stessa alitando su ciò che ogni istante vivo”.

Tutte le Parole, tutte le Lettere che, libere, prendono possesso del prato, del bosco e del cielo, del mare che sono.

E poi i numeri. Sai, i numeri hanno all’interno uno spazio-tempo diverso per ciascuno di essi. E diversa è la vibrazione e la distanza tra il numero e lo specchio di se stesso. I numeri hanno una consistenza geometrica, sono cubi, sfere. Quando scrivi un numero o lo dici o lo usi in altro modo, è come se tu prendessi tra le mani cubi, sfere, prismi. Essi hanno una forza agente che si mette in movimento quando noi usiamo il numero. Anzi, ti dirò, è il numero che usa noi, ci viene incontro e ci porta. Sì perché il numero è radiale, è uno con il Tutto e sa cosa deve andare a fare, sa cosa deve portare dentro di noi e nel mondo. Stavolta non sono parole e numeri vuoti, non sono trombe spente e non suonate.

Queste parole hanno il suono, il respiro, l’energia, la consapevolezza e la forza dentro. Per se stesse. Risuonano.

Sono le parole come le usavano i grandi del passato, che passato non è, che è un qui e ora, per chi lo sa cogliere e lo sa cavalcare.

Parole-sostanza. Ekau.

E le avverto, le sento. Sperimento questo e poi, nelle interazioni col fuori di me, nel mondo, mi rendo subito conto se ciò che si sta agendo è un dire, un fare, un comunicare una sostanza, un vuoto, un nulla. Fin qui tutto bene, tutto costruttivo e arrapante. Nutre e piace.

A volte, invece, sembrano parole ma, non le sento, allora sono dire, fare… aria. Non conducono sostanze e mi arrendo. Sì, mi arrendo perché significa che debbo fermarmi un po’ con me stessa, lasciar ampliare lo spazio, il terreno dentro me in cui le parole vogliono venire ad abitare.

Sembrano magia.

Sono parole chiavi. Parole con la forza .

Per quanto mi riguarda è in me l’impasse, l’impotenza, l’infecondità della parola. Sta nel fatto che, una parola nuova, un seme, non trova terreno sufficiente, adatto, fertile. Direi, usando la metafora del prato per dire la mia psiche, non trova la sua forma di creazione, la sua configurazione. Insomma, io devo lasciar fare all’inconscio in modo che dissodi, apra, liberi altra terra, altro spazio per parole nuove che qui vogliono abitare.

Il gioco non è in mano mia.

In fondo le dinamiche son sempre quelle, si tratta di aggiornarle, tenerle sempre attive per gli eventi che vogliono attualizzarsi.

Gli archetipi? bè, qui vedo giocare chet, il femminile e kaf, il maschile.

Poi vedo fè – 17 – espando e zain – entro dentro, entro nell’eterno. Il gioco di fondo lo fa yod, la centratura insieme a scin – traghetto, e nun – trasformo.

Oh certo, le funzioni fondamentali, meglio chiamate arché, sono tutte al lavoro in una tale opera di riformulazione del mio pensare!

Anzi, ora vedo anche un inciso più profondo. A livello della Parola che feconda, il gioco non è solo femminile-maschile con chet e kaf, prima c’è una corrispondenza di archetipi più sottile e assolutamente necessaria ed è chet – mem e kaf – scin. Siamo agli archetipi primari.

Il femminile chet – 9° arché – attiva l’alta parte di sé (kaf – il suo maschile recessivo) e va a scandagliare mem – 13° arché – le acque da cui la vita trae origine e sostanze.

Il maschile kaf – 11° archè – attiva l’alta parte di sé (chet – il suo femminile recessivo) e va a scandagliare scin – 21° arché – essere traghettati. Maschile che “uno” con l’altra parte di sé va verso nuovi orizzonti.

Femminile e maschile, integrati in se stessi, “uno” ciascuno in se stesso, vedono “il senso” – 7° archè – zain  – di sé e dell’altra parte di sé.

A questi livelli del creare va così, ogni esistenza feconda se stessa. L’anima feconda se stessa. 

L’avevo detto che si sarebbero aperte le parti segrete del DNA, di noi stessi, quelle conoscenze criptate in fondo a noi, in quelle caverne e grotte in cui per millenni le abbiamo custodite.

È chiaro che si tratta di altro e che, per attivarsi, gli arché vogliono le dimensioni tempo, spazio, vibrazione, accoglienza, amore incondizionato, configurate nel modo che permetta a loro di scendere, sciogliersi, adagiarsi, spaparacchiarsi, prendersela comoda, in questo prato-psiche.

O è un cielo stellato? O una galassia?

Perché pensi che abbiamo scoperto Qumram, la stele di Rosetta, i geroglifici e quant’altro solo dopo secoli, solo in quel momento? Perché in quel momento l’umanità, tutta, aveva aperto la porta di quel messaggio dentro se stessa per cui, ecco che se l’è trovato fuori.

È sempre stato dentro di noi quel testo, e tutto va in questo modo. È la situazione che crea il campo affinché i geni si sveglino, diventino attivi.

Quando pensi che abbiamo visto che era la Terra che girava attorno al Sole? Peccato che poi ci siamo dimenticati di mantenere anche l’inverso che è il Sole che gira attorno a noi. Perché abbiamo conquistato questi movimenti interiori, questo interagire tra dentro e fuori noi stessi, solo allora abbiamo visto fuori ciò che s’è illuminato dentro.

E solo quando metteremo di nuovo tutti e due in funzione questi movimenti sia fuori che dentro: Terra e Sole – Sole e Terra, concentrazione ed espansione, ci equilibreremo fuori.

Che discorsi! Oh, lo sento il parlottare di quella parte di me beghina che continuamente dice: “Ma questa chi si crede di essere! È pazza! Che presunzione!” se la conosco questa parte! Per anni e anni mi sono creata fuori di me, personaggi che mi rimandavano questo e io ci credevo. Ma chi se ne fotte! delle mie voci interiori quando pretendono di trattenere il meglio di me stessa!

Io sento il brivido, l’ebbrezza della grandezza del mio universo! del mio volare alto! Me lo voglio permettere.

Sai che siamo noi? Detto dal massimo della mia consapevolezza e regalità di oggi: i Signori della Lettera, dei Numeri, della Parola.

Oh, che bella professione, missione, ideale, gioco mi sono scelta quando sono venuta qui sulla Terra!

Ora, da questa postazione che sono punto alla Terra di mezzo, in un attimo sono là, che è un qua e, ora aspettati che da qui ti parli anzi, loro le Lettere, le Parole ti parlano.

Io, solo trasmetto.

                                                                       Emme ya

da: Francesca Salvador, Emme  ya

[1] La m ebraica, mem, contiene, già nella forma del segno, che sembra una tenda, i cieli inferiori – la terra e i cieli superiori – il cielo.

Magia – “Lascia le mie chiavi là al bar. Adesso trovo la nuova porta, e ti do la chiave

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