Archetipi – alfabeti dal femminile

Archetipi – alfabeti dal femminile 

Le civiltà matriarcali – pacifiche – mutuali – solidali 

Metto qui alcuni link su Le civiltà gilaniche.

Lasciamoci inondare, abitare, insegnare, innervare, ammaestrare, inseminare, integrare, rinnovare, trasformare dal Pensiero Alef. Pensiero di quando l’umanità era unificata, sana, integra, sacra.

http://www.universitadelledonne.it/marija_gimbutas.htm

http://anarchopedia.over-blog.com/2016/11/societa-gilaniche.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Marija_Gimbutas

https://it.wikipedia.org/wiki/Riane_Eisler

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/marija-gimbutas/

libri: 

https://www.ibs.it/libri/autori/Marija%20Gimbutas

La storia è in debito con queste popolazioni. La storia va riscritta, certo. Va scardinato l’assioma che – la separazione – la violenza – la competitività – il conflitto – la prevalenza – la dominazione – la guerra – sono sempre esistite nella storia umana.

Sono esistite certo la competitività, anche la caccia, e l’arte della guerra, del guerriero ma, la violenza, la inumanità, la schizofrenia dalla natura e le sue leggi, la gabbia violenta e oppressiva degli ultimi 5.000 anni, non sono i fondamenti dell’agire umano né delle società del passato lontano. 

Possiamo ritrovare la nostra alleanza con la Terra, la natura, il cosmo. Il nostro allineamento alle leggi naturali. Al senso del sacro inteso come riconoscimento e rispetto di ciò che – naturalmente esiste – e ci dà vita.

Civiltà pacifiche – matriarcali – dedite alla realizzazione del singolo e della comunità. Rispettose della vita, della natura, dei ruoli allineati alla vita e al suo sviluppo.

Vengono qui sotto proposte le tavole dei segni e simboli di queste civiltà. Se abbiamo percorso la vie degli archetipi primari per ritrovare i semi della nostra memoria, il senso ontologico delle cose, il percorso fino a qui seguito ci ha portato a vedere… la narrazione… che ci stiamo facendo e nella quale siamo immersi. A vedere e toccare con mano la caverna. Sì, la caverna di Platone, nella quale siamo immessi, ma che possiamo lasciare nel momento che ne tocchiamo la consistenza, la riduttività

Soprattutto dal momento che, messo il piede fuori – oltre – la caverna, abbiamo la consapevolezza della vastità e illimitatezza della vita, delle relazioni, delle felicità, delle possibilità. Della grandezza dell’uomo, della Terra, della natura, il cosmo, il Pensiero, le nostre potenzialità.

La psiche impostata sulla convivenza pacifica, mutuale, naturale.

La psiche impostata sulla separazione, sulla paura, sulla competitività e conflittualità.

Cosa scegliamo di portare sulla scena?

Gli alfabeti dal 3.000 a.c. in poi sono alfabeti sulla dicotomia, sulla separazione. Cosa è accaduto? tante le ipotesi. Qui non interessa, per adesso, sapere le cause, lavoreremo ancora con il razionale, con la mente. Questo non ci porterebbe nelle frequenze, nella contestualizzazione delle situazioni.

Il percorso che seguo è questo: se fino ad oggi mi sono occupata degli alfabeti dai 3.000 a.c. in avanti, e questi segni e simboli hanno fatto cadere tutto il castello delle impostazioni, dei sistemi di pensiero, delle visioni del mondo che sono quelli di questa dimensione, di questa situazione sulla Terra.

Bene, questi alfabeti mi hanno anche portata alla soglia di un passato (se di storia lineare su può parlare… diciamo che.. utilizziamo la metafora…) che va oltre quella che riteniamo essere la nascita delle civiltà. Incamminiamoci tra segni e simboli di comunità in cui il Pensiero era Uno – Alef – pacifico – rispettoso della Terra, della vita, del femminile. Facciamo in modo di essere condotti in quelle frequenze, e lasciamoci innervare da altri pensieri. Ne discenderanno altro sentire e altri atteggiamenti.

In un suo verso molto triste, Adrienne Rich constata che: – la donna di cui ho bisogno come madre non è ancora nata.

Scrivendo l’introduzione quando Il linguaggio della dea fu pubblicato per la prima volta, nel 1989, Joseph Campbell (uno dei più noti studiosi di mitologia comparata e religioni di tutto il mondo) disse: “Se avessi conosciuto prima Marija Gimbutas, avrei scritto libri completamente diversi”.

  • E prosegue:

Il messaggio del suo lavoro è che si apra di nuovo un’effettiva epoca di armonia e di pace in consonanza con le energie creative della natura come nel periodo preistorico di circa 4000 anni che ha preceduto i 5000 anni di quello che James Joyce ha definito l’ “incubo” di contese determinate da interessi tribali e nazionali, da cui è sicuramente ora che questo pianeta si desti”.

Le civiltà gilaniche 7.000 – 3.500 a.c. – matriarcali – pacifiche – naturali  –  partecipative, abitavano le terre del centro Europa.

Le civiltà indoeuropee 4.400 – 2.800 a.c. – patriarcali – competitive – di dominio – estrattive – conflittuali.  

Le civiltà gilaniche vengono soppiantate dalle invasioni delle popolazioni Kurgan dal 4.000 al 2.200. a.c. da questi derivano i popoli indoeuropei.

Kurgan: gruppi nomadi, provenienti dalle valli del Volga e Dnepr conflittuali, violenti, di impostazione patriarcale. Le loro conquiste nei territori dell’Europa centrale causano la fine delle popolazioni gilaniche. La Gimbutas ha vagliato con precisione le testimonianze delle culture materiali dell’est europeo, identificando gli Indoeuropei con una cultura guerriera dell’età del rame (circa 4000 – 2000 a.C.).  Vengono chiamati kurgan per il tipo di grandi sepolture a tumulo, i kurgan appunto, che li caratterizza.

 

 

civiltà gilaniche

segni e simboli dalle popolazioni di Vinca

‘gilan’ deriva dall’unione di ‘gi’ + ‘an’, abbreviazioni dei termini greci giné (donna) e andros (uomo). La lettera ‘elle’ in mezzo ha due importanti significati:

       1 – il segno fonetico leyin/lyo che vuol dire ‘liberare’. Tenere liberi uomo e donna dai ruoli gerarchici

      2 – il segno di unione culturale e ideale tra i due sessi.

Le civiltà gilaniche attraversano il neolitico (ultimo periodo della preistoria) fino alla nascita delle civiltà-stati, quindi dal 7.000 al 3.500 a.c.

Queste società non contemplano l’uso della forza  fisica come strumento organizzativo offensivo e difensivo. Presso queste popolazioni l’arte è fiorente e sofisticata. Gli individui sono in costante armonia con la Natura, e si professa il culto per la vita. Non c’è nessuna intenzione di nuocere o di  prevaricare.

Diversamente le popolazioni kurgan sono impostate sulla necessità dello Stato, delle classi sociali, le guerre, la violenza generalizzata in tutti i rapporti quotidiani. La società piramidale, la svalutazione della donna, la Terra come fonte di risorse. 

 

 

 

Quindi noi siamo davanti, in termini molto larghi e pieni di variabili, a due atteggiamenti:

Tradizioni gilaniche:

– allineamento alla natura

– assunzione di responsabilità personale

– libertà dai ruoli

– rispetto ed egualità tra i generi maschile e femminile

– mutualità dei ruoli

– allargamento della responsabilità sulla crescita dei figli.

   Kurgan:

– dominazione – imposizione della struttura piramidale, dello Stato e delle sue strutture

– non riconoscimento della pari dignità

– comportamenti di dominio, di repressione, di controllo.

Marija Gimbutas, La civiltà della dea, Hoepli, 2012

Marija Gimbutas : Kurgan , le origini della cultura europea

Riane Eisler : Il testo nascosto della storia : giliana , androcrazia , e le scelte per il nostro futuro – Arianna Editrice.

http://www.universitadelledonne.it/marija_gimbutas.htm

 

 

Questi atteggiamenti stanno in noi come memorie, che cosa vogliamo riportare sulla scena?

Gilan o kurgan?

La psiche contiene questi segni e simboli, diciamo che quelli relativi alle popolazioni indoeuropee li stiamo ancora usando, ne siamo pienamente immersi.

Altri, li abbiamo stravolti.

Possiamo rintracciare il pensiero, gli atteggiamenti, la visione della realtà, le frequenze delle civiltà matriarcali, gilaniche.