Baubo

Baubo. La dea dell’osceno

Baubo, dea minore dell’Olimpo greco, dea importante, da conoscere e farsi amica. Baubo ci fa sentire la forza vitale, l’eros, che sonnecchia sornione dentro di noi, o è vivace, esigente, e ci porta per strade sue, inquiete, passionali, leggere. Vissuti in cui la psiche si rivela a noi stessi con la sua forza, i suoi simboli e archetipi per dirci che siamo vivi e possiamo attingere alla forza delle cose per risuonare pieni di vita. Ushuaya è una donna in cui ogni donna si può rispecchiare. Lei ha deciso di togliersi il velo di tabù che la opprimeva per intraprendere un profondo percorso di conoscenza di sé. I nomi della Grande Madre sono tanti: Inanna per i Sumeri, Ishtar per Accadi, Anat a Ugarit, Atargatis in Siria, Artemis-Diana a Efeso, Baubo a Priene, Afrodite-Venere a Cipro, Rhea o Dictynna a Creta, Demetra ad Eleusi, Orthia a Sparta, Bendis in Tracia, Cibele a Pessinunte, Ma in Cappadocia, Bellona e Roma. I nomi di Isis sono molti di più.

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A tutte le dee. Ad ogni piccola grande Baubo che cammina nel mondo.

Ciascuna di noi.

i capitoli di Baubo :

Buio e silenzio – 1 

Presentazione di Baubo

Primo attore in questo libro è La Forza.

Attraverso tutti i racconti è Lei che pensa, crea, attira e anima i personaggi, le situazioni. La forza che sta nelle cose. Essa non ha confini né limiti, né leggi o regole se non la sua stessa presenza che è il suo agire. La forza è la vita e il movimento di tutto ciò che esiste. Pulsa, espande, spinge, detta le condizioni e le scelte. Anima le persone, i corpi, le emozioni, i pensieri. La forza sta, è, agisce, noi la viviamo, la sperimentiamo, la godiamo e la subiamo. Noi ne siamo i canali e i fruitori. La forza anima ogni esistenza e non ha nome, né definizione, né condizione. Non possiamo definirla, tantomeno costringerla in strettoie che la nostra quotidianità e i criteri del vivere comune ritengono necessari e regolatori della vita individuale e comune. La forza sta, tranquilla, innocente, nelle situazioni cosiddette ordinate e regolari, forse illusoriamente sane e positive. Ma sta, cieca e muta, piena, nelle situazioni che ci sembrano fuori della norma. Tutto è possibile, tutto è essere. Lei c’è. Allora la vita ha mille volti nella realtà in luce, quella che chiamiamo positiva, e nella realtà in ombra, che fatichiamo a visitare e a riconoscere.

La forza è percorso, cammino, non concetto.

È esperienza, ci attraversa, ci forgia, consuma, sposta, distrugge e ricostruisce, ci piega e raddrizza. In fondo, la forza, non è niente di nuovo. Non è una scoperta, è sempre detta con altri nomi. Chiamarla forza significa tentare di togliere questa presenza che è la realtà stessa, toglierla da qualsiasi accezione ad essa sovrapposta, da qualsiasi definizione e osservarla semplicemente nel suo essere e agire. Le definizioni, seppur necessarie, seppur grande tentazione dell’anima pensante, rischiano poi di diventare codificazioni, strutturazioni e alla fine, costrizioni. Leggi, norme, in cui si è sempre tentato di incanalare e gestire la forza. Questo è un tentativo di ridarle, nel nostro essere e nella nostra vita, il pieno e libero riconoscimento.

Uno dei canali della forza sono le emozioni.

Noi ci emozioniamo, vibriamo; qualcosa di chimico, elettrico, energetico scorre dentro le vene, attraversa e imprime la psiche, diventa modo di essere e di sentire, è l’emozione. Ne siamo attraversati, presi, segnati, eppure, spesso non siamo consapevoli che esse sono appunto i canali attraverso cui l’energia ci viene elargita. Si tratta di sentirsi, ascoltarsi, sentire la tensione, la vibrazione che ci attraversa e prenderne consapevolezza. È la strada per la conoscenza di sé e per espandersi.

Qui la forza è intesa nella sua accezione di eros vissuto e osservato nella sessualità ma, come dice l’autrice alla fine del libro, essa, resasi percepibile e presente nelle modalità ed espressioni dei corpi, è sperimentabile e gustabile in ogni aspetto della natura, della persona, della vita sulla Terra e nel cosmo.

Dice Clarissa Pinkola Estés in Donne che corrono coi lupi: “Esiste un modo di dire assai efficace: Dice entre las pienas, parla con quel che ha tra le gambe. Storie tra le gambe si ritrovano in tutto il mondo. Una è la storia di Baubo, una dea dell’antica Grecia, la cosiddetta dea dell’oscenità. Ha nomi più antichi, come Iambe, ed evidentemente i greci la ripresero da ben più antiche culture. Sono esistite dee archetipe selvagge della sessualità sacra e della fertilità Vita/Morte/Vita fin dall’inizio dei tempi. Un unico riferimento a Baubo negli scritti a noi pervenuti dall’antichità fa pensare che il suo culto venne distrutto e sepolto dallo scompiglio causato dalle varie conquiste. Ho sempre amato la piccola Baubo più di qualsiasi altra dea della mitologia greca. Indubbiamente discende dalle panciute dee neolitiche, misteriose figure senza testa e talvolta senza piedi e senza braccia. Dire che sono immagini della fertilità non basta, sono molto di più. Sono i talismani del parlare femminile, di quel che mai e poi mai una donna direbbe in presenza di un uomo, se non in circostanze assolutamente insolite. Rappresentano sensibilità ed espressioni uniche nel mondo; i seni, e quanto si sente dentro a queste sensibili creature, le labbra della vagina, in cui una donna prova sensazioni che altri potrebbero immaginare ma solo lei conosce. E il riso che scuote il ventre è una delle migliori medicine che una donna possa ricevere”.  

Questo libro vuol essere, innanzitutto, la possibilità di stabilire un contatto con le donne. Baubo è appunto lo spazio-tempo del femminile. Il ritrovarsi, tra donne, nell’ascolto, nella complicità e ironia; nella solidarietà, lungimiranza e lucidità tipicamente femminili di essere nel mondo, di affrontarlo ma anche nella fierezza di pensare il mondo, di inventarlo, ri-formularlo, renderlo sempre più accogliente e sereno, idoneo alla vita in tutte le sue espressioni.

Dice ancora la Pinkola Estés: “Ho sempre pensato che il tè delle signore non sia che un resto di un antico rituale femminile, per stare insieme, e poter parlare con le viscere, dire la verità, ridere a crepapelle, sentirsi rianimate, e poi tornare a casa dove tutto va meglio. Talvolta è difficile allontanare gli uomini, affinché le donne possano restare da sole. So soltanto che un tempo le donne invitavano gli uomini ad andare a pesca. È un’astuzia cui le donne ricorrono da tempi immemorabili, questa di allontanare gli uomini per un po’, per restare per conto proprio e insieme alle altre. Di tanto in tanto le donne desiderano vivere in un’atmosfera squisitamente femminile, in solitudine o in compagnia. È un ciclo femminile naturale”.

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Regina rossa

Prendimi

come seta tra le dita

come caverna di glifi che a uno ad uno metti in luce.

Scoprimi

come tomba di cinabro, addormentata da millenni.

Specchiami

come giada sepolta, ora pulsante vita acquerulea e cristallina.

Fatti raggio e attraversami, fai della notte il sole.